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Gli effetti benefici dell'olio d'oliva  Olio d'oliva e prevenzione dei tumori

L'olio d'oliva è ricco di fenoli, sostanze note per la loro notevole capacità di contrastare i fenomeni di ossidazione dei grassi. I processi ossidativi che coinvolgono i grassi deteriorano le cellule, le arterie e quindi la buona salute. In un Congresso Internazionale sull'Olio d'Oliva che si è svolto l'anno scorso a Maiorca nelle Baleari, è stato presentato che in particolare un tipo di fenoli chiamati lignani quando vengono isolati presentano tali peculiarità in misura più marcata. Secondo il professor Attilio Giacosa, del Servizio di Nutrizione Clinica del Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro ed autore di uno studio apparso sulla rivista Lancet Oncology, nell'olio d'oliva e in particolare nell'extravergine, abbondano i fenoli della classe dei lignani, generalmente assenti nei negli oli di semi. Fino ad oggi, tramite studi di ricerca, sono state identificate appena il 50 per cento delle sostanze che fanno dell'olio di oliva un potente strumento di prevenzione delle coronaropatie, di alcuni tumori e di numerose altre malattie cronico-degenerative. Più specificamente in uno studio svolto in Gran Bretagna e pubblicato sulla rivista Journal of Epidemiology and Community Health, è stato confermato che l'olio d'oliva ha un'azione protettiva nei confronti del cancro colorettale. La ricerca, eseguita da Michael Stoneham dell'Università di Oxford, analizza il regime alimentare di uomini e donne di 28 paesi e 4 continenti. Oltre a ribadire il legame tra l'alta incidenza di questo tumore e il basso consumo di cereali e verdura, gli scienziati hanno osservato altri tre importanti legami cibo-malattia: sia la carne che il pesce manifestano un'associazione positiva, con l'incidenza della malattia mentre per l'olio d'oliva l'incidenza è negativa (più consumo, minor insorgenza del cancro).
Ora, se è nota la peculiarità di alcuni composti dell'olio (dalla vitamina E ai fenoli) di contrastare i processi degenerativi delle cellule che portano alla moltiplicazione cellulare errata (da cui nasce il cancro), la capacità dell'alimento nel suo complesso di prevenire i singoli tumori è da dimostrare caso per caso.

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Pollini e primavera: Stagione difficile per chi soffre d'asma

 

L’asma è una delle malattie croniche più frequenti in tutto il mondo con un pesante impatto sulla qualità della vita del paziente. L’imprevedibilità delle crisi, che nelle forme più gravi possono portare anche all’ospedalizzazione, costringe a limitazioni in termini di attività fisica ed anche di vita di relazione. Tale aspetto è ancor più sentito in primavera, quando la maggiore possibilità di passare del tempo all’aria aperta è accompagnata dall’aumento dei pollini in sospensione. Proprio gli allergeni sono i maggiori responsabili del costante aumento della prevalenza dell’asma registrato negli ultimi trent’anni.

In questi giorni si sta verificando un particolare fenomeno: l’arrivo anticipato dei pollini primaverili e il manifestarsi dell’influenza che si è presentata solo in questo ultimo scorcio dell’inverno.  In questo contesto chi soffre d’asma si trova ad assediato contemporaneamente tra più fuochi: i virus influenzali – quest’anno per la verità non particolarmente aggressivi – ma al loro posto stanno ancora imperversando 200 altri virus, responsabili di instaurare le infezioni respiratorie acute (IRA) oltre ai pollini in arrivo con le alte temperature di questi giorni. Non meno insidiose dell’influenza per gli asmatici, causano la maggior parte delle malattie da raffreddamento, dal raffreddore alle laringiti, dalle tracheiti alle bronchiti, dalle riniti alle polmoniti. Nel 70% dei casi sono infezioni virali, provocate prevalentemente dai virus del raffreddore (Rhinovirus, Coronavirus, virus parainfluenzali, virus respiratorio sinciziale, Adenovirus e Enterovirus). Virus, questi, che rimarranno in circolazione sino a tutto il mese di marzo, rappresentando soprattutto per le persone asmatiche un pericolo aggiuntivo di un’ulteriore sensibilizzazione. Le infezioni respiratorie virali promuovono infatti l’asma. Il virus sinciziale respiratorio, e soprattutto i Rhinovirus, sono per esempio responsabili fino all’85 per cento degli attacchi d’asma nei primi due anni di vita dei bambini. “In particolare la rinite, la malattia allergica più frequente che interessa il 25% della popolazione adulta e il 40% dei bambini, non va affatto sottovalutata, ma indagata e curata, perché spesso si associa all'asma in una percentuale di casi che si avvicina al 50%”, dice Walter Canonica, presidente della Società Italiana di Medicina Respiratoria. “Essa provoca l’infiammazione della mucosa nasale ed è responsabile della rinorrea, dell'ostruzione nasale e negli anni dell'ipertrofia dei turbinati e della poliposi nasale”. Negli ultimi 30 anni le allergie respiratorie sono infatti aumentate del 30-50 per cento e sempre più pazienti lamentano una comparsa improvvisa di tali reazioni. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il numero dei malati d’asma è in continuo aumento anche nel nostro Paese, dove si contano già 3 milioni di asmatici, 1.500 decessi all’anno e 25.000 ricoveri con una degenza media di 5-6 giorni.

Se gli italiani che soffrono di allergia sono oltre il 12% della popolazione generale, quelli intolleranti alle Cupressacae raggiungono già il 2-3%. Una percentuale, questa, non certo da sottovalutare, anche perché il polline di queste piante sensibilizza soprattutto i giovani tra i 10 e i 20 anni e favorisce la comparsa della rinite, un disturbo che predispone all’asma. Per affrontare questi disturbi, oltre alle terapie tradizionali, tra le varie opzioni terapeutiche a disposizione del paziente, vi è un principio attivo il montelukast, appartenente alla classe degli antileucotrienici. Il farmaco è attivo ed efficace nel prevenire e contrastare gli attacchi d’asma ed i sintomi ad esso correlati: eliminando l’infiammazione di fondo delle vie respiratorie migliora notevolmente la qualità di vita del paziente asmatico. Si tratta del primo trattamento antiasmatico, antinfiammatorio, non cortisonico che, grazie alla sua formulazione, consente la  monosomministrazione orale giornaliera: aspetto particolarmente importante, assieme alla sua elevata tollerabilità, nel favorire la compliance al trattamento. Montelukast appartiene agli antagonisti dei recettori dei leucotrieni (LTRA): l’unica nuova classe di farmaci registrata per il trattamento dell’asma negli ultimi 20 anni. Questi principi attivi sono infatti dei composti innovativi, in quanto attenuano e risolvono l’infiammazione bronchiale secondo i dettami delle più recenti acquisizioni nel campo dell’asma, che dimostrano come la malattia sia sostenuta proprio da un’infiammazione delle vie aeree già nelle sue fasi iniziali quando ancora scarse sono le manifestazioni cliniche.  Essi agiscono pertanto sui mediatori della reazione infiammatoria e sono efficaci sulla flogosi come sulle manifestazioni cliniche. Oltre a diminuire i sintomi, a migliorare la funzione respiratoria e a prevenire le esacerbazioni e gli attacchi di asma da sforzo, questi rimedi migliorano anche la qualità di vita del paziente, che percepisce positivamente la sua malattia proprio perché si sente ben curato.  Disponibili in Italia già da tempo per il trattamento dell’asma nell’adulto e nel bambino, gli LTRA sono infatti in grado di attenuare anche l’entità della crisi asmatica, provocata da stimoli sia specifici, come gli allergeni a cui l’organismo è sensibilizzato, che aspecifici, quali l’esercizio fisico, l’esposizione all’aria fredda, a determinati odori o al fumo di sigarettaMontelukast sembra essere efficace anche in associazione con gli antistaminici: tale schema terapeutico consente un migliore controllo nei casi di rinite allergica, cioè dell’infiammazione della mucosa nasale.Una delle caratteristiche più salienti degli antileucotrienici è infatti quella di agire diffusamente sull’infiammazione presente in tutte le mucose respiratorie, pertanto sia su quella nasale irritata dalla rinite che su quella bronchiale ammalata d’asma.Gli effetti sinergici osservati tra i farmaci utilizzati nella rinite e nell'asma sottolineano l'importanza di trattare in maniera integrata le due malattie per ottimizzare la loro gestione, al fine di migliorare la sintomatologia, i parametri funzionali e la qualità della vita del paziente.

 

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I possibili danni Iatrogeni della chirurgia estetica

 

Per indicare le complicazioni, che insorgono a seguito di un atto medico, si usa l'espressione "danni iatrogeni", che letteralmente significa "generati o causati dalla medicina".
La combinazione di vari fattori, cui si aggiunge una maggior consapevolezza dei propri diritti da parte dei pazienti, ma anche la deresponsabilizzazione ed il rifiuto del rischio e della morte, ha avuto effetti controproducenti nel rapporto medico-paziente portando all'esplosione delle cause legali cui si assiste oggi in America e, in parte, anche in Italia.
E' giunto il momento di riconoscere che, per quanto la medicina sia spesso molto efficace, tuttavia presenti, come tutte le attivita' umane, dei fattori di rischio che i pazienti devono aspettarsi. Anche i medici d'altra parte devono mutare atteggiamento, riconoscendo che esistono fattori di rischio legati ai propri limiti ed a quelli strumentali ed organizzativi delle strutture in cui operano, potranno sforzarsi di identificarli e discuterli apertamente per evitarli e prevenirli il piu' possibile".
Uno studio della Harvard Medical Press, infatti, riporta che il 70% delle complicazioni iatrogene riscontrate nel 1991, e che hanno colpito piu' di 1.300.000 pazienti ricoverati negli ospedali americani, si sarebbe potuto evitare.
Una delle cause piu' frequenti di iatrogenicita' e' l'eccessivo ricorso ad atti diagnostici invasivi ed interventi chirurgici, spesso non indispensabili ed a volte addirittura inutili, come nella chirurgia estetica. Questa tendenza ad un eccesso d'aggressivita' e' purtroppo aumentata nell'ultimo decennio.
ILl dottor Marchettini, responsabile del centro di Medicina del Dolore dell'Istituto Scientifico San Raffaele, presentando la casistica di 12 anni di attivita' del Centro di Medicina del Dolore del San Raffaele, al congresso mondiale di Vienna dell'International Association Study of Pain, afferma che sono in sensibile aumento le lesioni nervose iatrogene
Tra queste le piu' frequenti sono le lesioni ai nervi del collo causate dalle biopsie dei linfonodi cervicali, quelle ai nervi ascellari, provocate da interventi sulla mammella, e quelle ai nervi genitali, causate dalle plastiche inguinali.
Ma anche una banale asportazione delle vene varicose non di rado provoca lesioni dei nervi delle gambe. Paradossalmente anche le ultime, sofisticate tecniche endoscopiche poco invasive, utilizzate particolarmente per interventi sul polso (tunnel carpale) e sulle ginocchia (artroscopia), causano piu' lesioni nervose di quanto non facessero precedentemente gli interventi tradizionali".
Non tutte le colpe, pero', sono da attribuire al "bisturi selvaggio": spesso le circostanze del danno sono inevitabili. Infatti, solo nel 5-10% dei casi una lesione iatrogena provoca dolore, mentre il piu' delle volte si verifica una perdita di sensibilita' piu' o meno completa: per questa ragione, prevenire e riconoscere le nevralgie e' oggettivamente difficile dato che lo stesso tipo di trauma non provoca conseguenze gravi nella maggior parte dei pazienti.
Le complicanze provocate involontariamente dai medici tendono cosi' a essere sottovalutate, anche perche' il dolore puo' apparire a distanza di tempo dal momento della lesione e quindi non essere immediatamente riconducibile ad essa".
Cosa puo' essere fatto, allora, per limitare queste preoccupanti conseguenze? "In primo luogo, evitare interventi rischiosi quando non siano strettamente necessari", insiste l'esperto, "molti pazienti affermano che se avessero potuto immaginare i dolori cronici che stanno soffrendo non si sarebbero mai sottoposti all'intervento. Questa considerazione deve indurre a riflettere quando si sta valutando l'ipotesi d'interventi minori, cosmetici o non indispensabili. Le possibili complicanze iatrogene dovrebbero poi essere sempre menzionate nel richiedere il consenso informato. Un paziente informato accetta responsabilmente e consapevolmente di assumersi un rischio che in parte non dipende dalla competenza e capacita' professionale del medico".

I piu frequenti danni in chirurgia estetica

# la chirurgia estetica puo' causare con discreta frequenza danni ai nervi del viso: Tali danni sono tanto piu' gravi in quanto spesso si ricorre al chirurgo estetico non per cause patologiche e anche perche' il danno compromette definitivamente proprio l'estetica del soggetto.
I danni iatrogeni piu' frequenti sono:
# 1. lesione del facciale, nervo che muove la muscolatura del viso con conseguente
"faccia inespressiva" con il lifting ed incisione all'angolo della mandibola
# 2. lesioni del nervo grande occipitale (area posteriore del capo) negli interventi di "riporto" di aree cutanee per trattare la calvizie. Questa lesione causa dolore alla regione occipitale con bruciori quando ci si tocca impossibilita' di portere cappelli e di pettinarsi.
# 3. lesioni del nervo auricolo temporale con dolorii tra l'angolo della mandibola e l'orecchio. questi sono dolori molto gravi, la pelle non puo' essere toccata, non ci si puo' truccare si ha difficolta' a bere, parlare usare le labbra in genere.
# 4. lesioni del nervo trigemino quando si fa un lifting piu' sofisticato. quando si cerca di portare del grasso (tessuto adiposo) nella zona della mascella onde evitare che il lifting tiri troppo e crei l'aspetto di uno scheletro ricoperto di pelle (tipo Ornella Muti ai primi interventi, ora e' stata sitemata). In questo intervento con il dito sottocute si mette del grasso nella zona dello zigomo.Se si eccede si causa una trazione sul nervo della regione sotto-orbitaria con terribili dolori sul viso e problemi simili al caso 2.
# 5. lesioni dei rami del nervo facciale destinati al collo con denervazione del platisma (il muscolo che "tiene il collo in forma) e conseguente comparsa di collo allargato.
# 6. rarissimi casi, ma ce ne sono mi circa 30 al mondo, di ematoma intraorbitario con conseguente cecita' per rimuovere le "borse sotto gli occhi.

 

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Gli Italiani e il sole

 

Secondo la ricerca 'Gli italiani e il sole' promossa da Avene e condotta da Eurisko, metà degli italiani non fa uso di creme protettive antisolari.
Obiettivo della ricerca, condotta nel periodo 18 gennaio-5 febbraio su un campione di 1800 persone rappresentativo della popolazione italiana dai 14 anni in su, era verificare conoscenze, atteggiamenti e comportamenti nei confronti del sole. E ne e' risultata una sostanziale distonia fra conoscenze e comportamenti: il 57% dichiara che ''in generale e' molto importante proteggersi dal sole'', ma il 54% non lo ritiene importante per se'. Inoltre e' diffusa la consapevolezza (91%) dei danni che il sole puo' arrecare alla pelle, ma c'e' una maggioranza cospicua del campione, il 55%, che sostiene che alla sua pelle il sole non puo' provocare alcun problema.
La conseguenza e' che nonostante il 51% del campione (pari a oltre 23 milioni di italiani) si dichiari molto/abbastanza informato su come proteggere la pelle dal sole, di fatto non usa prodotti protettivi il 47% di chi vi si espone. Inoltre, se da un lato il 53% dichiara di usare prodotti protettivi quando si espone al sole, dall'altro il 48% ne fa un uso non corretto, limitato cioe' ai primi giorni di esposizione.
E sono frequenti gli episodi di scottature che, negli ultimi 12 mesi hanno interessato 6 milioni e mezzo di italiani (14%).
La ricerca dimostra inoltre che la maggior parte degli italiani (che usano e non usano prodotti protettivi) non conosce esattamente i fattori di protezione. Infatti il 20/30% degli utilizzatori dichiara di non sapere quale fattore utilizza realmente. E tra quelli che affermano di usare un fattore di protezione medio (51%) e alto (34%) emerge un quadro di conoscenze che non corrisponde a quello reale.
Il sole e' comunque molto amato dagli italiani (60%), che lo considerano un piacere fisico (58%), ma soprattutto psicologico (66%). Piace vedersi abbronzato al 61% del campione e tendenzialmente il 50% preferisce un'abbronzatura non troppo accentuata a un'abbrozatura molto scura (33%).

 

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La cefalea e l'abuso di farmaci

 

Di mal di testa, e dell'abuso di farmaci, hanno parlato gli esperti della Società italiana per lo studio delle cefalee (Sics), riuniti a Firenze. «Bisogna iniziare a considerare il mal di testa come una lesione biochimica, difficile da guarire una volta che si è stabilizzata» avverte Virgilio Gattai, presidente della Sics e direttore del dipartimento di neuroscienze all'Università di Perugia. «Ognuno ha il suo, come un'impronta digitale. Ed è fondamentale una diagnosi esatta».
Spesso, infatti, si ricorre ai farmaci sbagliati: consigliati da un amico o presi a caso. Se il medicinale non è quello giusto, si finirà per abusarne. E a quel punto il mal di testa è mantenuto dalla stessa terapia.
Per guarire conviene affidarsi alle nuove linee guida indicate dagli esperti. Nei centri per le cefalee, svariati esami permettono di individuare le caratteristiche del mal di testa: quando insorge, che cosa lo scatena, qual è la soglia individuale del dolore (misurata tramite il dosaggio dei neurotrasmettitori), quali altri farmaci si prendono. «Oggi conosciamo le sostanze biochimiche alla base del nostro sistema nocicettivo, cioè l'apparato preposto a sentire il dolore» spiega Gattai. «E in molti casi si può intervenire sulle alterazioni».
Identificato il mal di testa, si sceglie la terapia più indicata. Ci sono nuovi prodotti, più efficaci e rapidi, sotto forma di spray o da sciogliere sotto la lingua. Ma attenzione: i farmaci più diffusi per la cefalea lieve o moderata (se è grave ci sono i triptani) sono anche quelli più a rischio di abuso. Fatta la diagnosi, non è detto che la terapia debba essere farmacologica: in certi casi funzionano anche esercizi fisici mirati e dolci, biofeedback per diminuire la tensione muscolare o cambiamenti dello stile di vita.

 

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Prodotti erboristici: non usarli prima di operazioni chirurgiche


Da una ricerca pubblicata sul "Journal of the american association" risulta che l’uso di prodotti erboristici nel periodo precedente ad una operazione, puo’ avere conseguenze cardiovascolari, sul metabolismo e comunque puo’ interferire con l’anestesia e con altri medicinali. Per arrivare a questa conclusione un’equipe di studiosi americani ha effettuato una accurata ricerca andando a rivedere la letteratura sugli effetti delle erbe medicinali, prodotti di fitoterapia e medicina alternativa, nei pazienti che ne avevano fatto uso prima di essere sottoposti ad operazioni chirurgiche. La ricerca ha coperto un arco di tempo da gennaio 1966 a dicembre 2000, prendendo in considerazione 8 erbe comunemente utilizzate: echinacea, ephedra, ginko, ginseng, kava, aglio, erba di San Giovanni e valeriana.Le complicazioni derivano direttamente dalle erbe o dai loro effetti farmacodinamici e farmacocinetici. Per esempio aglio, ginko e ginseng procurano sanguinamento, l’ephedra instabilita’ cardiovascolare e il ginseng ipoglicemia. L’effetto sedativo di valeriana o di kava potenzia pericolosamente quello dell’anestetico. Con l’uso dell’erba di San Giovanni molti farmaci mutano il loro metabolismo. L’associazione americana di anestesisti ha riconosciuto che l’assunzione di preparati a base di erbe può provocare problemi al momento dell’anestesia.La ricerca invita i medici di famiglia a fare attenzione agli effetti delle terapie a base di tali erbe al momento di valutare il paziente alla vigilia dell’operazione in modo da poter prevenire eventuali danni o quantomeno riconoscerli subito e trattarli.

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Influenza... evitiamola con la vaccinazione

1. CHE COS'E' L'INFLUENZA - E' una malattia infettiva estremamente contagiosa causata da virus. Si riconoscono 3 tipi di virus influenzali:A,B e C. I virus A (responsabili della maggior parte delle epidemie) e B subiscono frequenti cambiamenti per cui, ogni anno, è necessario preparare un nuovo vaccino anti-influenzale.

2. COME SI DIFFONDE - Da persona a persona mediante contatto diretto, con le goccioline di saliva, con oggetti da poco contaminati da secrezioni del naso e della gola. Le epidemie si verificano quasi sempre nei mesi invernali e la malattia si diffonde molto rapidamente nelle comunità, quali case di riposo, collegi, caserme, scuole, etc.

3. INCUBAZIONE - E' breve e va da 1 a 5 giorni. I malati sono molto contagiosi nelle 24 ore prima della comparsa dei sintomi e nei primissimi giorni della malattia.

4. SINTOMI - Sono caratterizzati da un brusco rialzo della temperatura (39-40° C) accompagnato da stanchezza, brividi, dolori muscolari ed articolari, mal di testa. Successivamente compaiono raffreddore, tosse, mal di gola.

5. PERCHE' PUO' ESSERE PERICOLOSA - L'influenza è una malattia temibile soprattutto per le persone anziane; infatti puo' essere seguita da complicazioni a livello polmonare e cardiaco.

6. QUALI SONO LE PERSONE A RISCHIO DI COMPLICAZIONE - Gli anziani oltre i 65 anni. Inoltre adulti e bambinicge soffrono di malattie di cuore, malattie respiratorie (bronchite cronica, enfisema, asma bronchiale, etc. ), diabete, gravi malattie renali, maslattie gravi del sangue.

7. CHE COSA SI PUO' FARE - La vaccinazione antià-influenzale è l'unica arma di difesa contro la malattia e comunque è consigliabile a tutti.

8. REAZIONI AL VACCINO - Generalmente nessuna. Raramente possono comparire arrossamento e dolore nella sede di iniezione (muscolo del braccio), malessere, lieve rialzo di febbre.

9. CONTROINDICAZIONI ALLA VACCINAZIONE - Grave allergia all'uovo. La vaccinazione si rinvia in caso di febbre.

10. QUANDO VACCINARSI - Per essere efficace la vaccinazione deve essere eseguita nei mesi di OTTOBRE e NOVEMBRE. La vaccinazione NON va eseguita prima della metà di ottobre in quanto la protezione è di breve durata e quindi chi è vaccinato con troppo anticipo può ammalarsi a febbraio marzo.

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Siero antiofidico: norme per un corretto utilizzo
 L'intossicazione da morso di vipera infrequentemente provoca morte o una grave sindrome clinica. L'antidoto elettivo è rappresentato dal siero antivipera ottenuto dal cavallo, in cui sono contenute immunoglobuline specifiche contro le componenti tossiche del veleno.La prolungata situazione di carenza di siero antiofidico sul mercato europeo e la conseguente disamina delle possibili strategie da adottare, hanno indotto ad una riflessione di fondo sull'utilizzo del farmaco ed alla convinzione che esso debba essere razionalizzato ed ottimizzato. A tale scopo si ritengono di fondamentale importanza due premesse, una di carattere epidemiologico, l'altra correlata alla fisiopatologia dell'avvelenamento da morso di vipera.  
1. Epidemiologia
 Il morso di vipera è codificato, secondo la ICD 9 (International C1assification Diseases, 9th ed.), con il numero 989.5, comprensivo di tutti gli avvelenamenti attribuiti ad animali (serpenti, scorpioni, ragni, pesci, ecc.): ciò rende quasi impossibile fare una stima realistica del numero di pazienti intossicati da veleno di vipera. Dai dati nazionali relativi ai ricoveri ospedalieri per il 1997 risulta che i pazienti dimessi con tale codifica erano 3.215, ma è impossibile distinguere quanti siano riferibili a morsi di vipera e quanti ad altri rettili o ad altri animali. Il report annuale dei centri antiveleni Europei ha segnalato, relativamente al 1995, che 1' 1,3% (6.854 su 522.070) di tutte le consulenze tossicologiche è riferito a morsi di animali, senza tuttavia fornire una distinzione tra vipere ed altri animali. Complessivamente vengono stimate circa 50 morti/anno per morso di vipera in tutta l'Europa (esclusa la Russia e i Paesi dell'Est). Dati più precisi si hanno dalla Svezia dove sono riferiti, per il 1995, 231 ricoveri per morso di vipera, di cui il 41%0 ha sviluppato sintomi; di questi ultimi solo il 45% (il 18% di tutti i ricoveri) ha richiesto il trattamento con siero antiofidico.
2. Morso di vipera
Quando un paziente è morso da un rettile è di fondamentale importanza tenere conto delle seguenti variabili:
1. il rettile potrebbe non essere una vipera;
2. se il rettile è una vipera (riconosciuta), potrebbe non aver inoculato il veleno (cosiddetto "morso secco"), o averne inoculato una dose ridotta.
Questo dato ha portato alla definizione di un protocollo diagnostico ‑ terapeutico pressoché sovrapponibile in tutti i paesi, che partendo dal presupposto che "morso di vipera" non significa "avvelenamento da morso di vipera", orienta al trattamento del paziente (sintomi e alterazioni ematochimiche) e non del veleno.
 3. Cosa fare in caso di morso di vipera 
Schematicamente si riportano di seguito le principali norme da seguire, in ambiente sia extra‑ che intra-ospedaliero, nel caso di morso di vipera. 
3.1. Trattamento extraospedaliero
 Innanzitutto, è fondamentale tranquillizzare il paziente e quindi:
•              immobilizzare l'arto con stecca o altri mezzi di fortuna al fine di impedire i movimenti;
                trasportare il paziente al più vicino ospedale (per i pazienti che si trovano in zone impervie o lontane da un ospedale si rammenta di far riferimento al servizio 118 che provvederà con 1'eliambulanza ad un tra sporto rapido e protetto);
·          evitare le manovre tradizionali quali laccio, taglio e suzione, che oltre a non essere efficaci possono causare danni iatrogeni della parte interessata ed aumentare la diffusione del veleno;
·          evitare la somministrazione di siero (immunoglobuline di origine equina) al di fuori dell'ambiente ospedaliero per il rischio di shock anafilattico.
Qualsiasi paziente con morso di vipera accertato o anche solo sospetto deve essere tenuto in osservazione per almeno 8/12 ore, inoltre è necessario:
• tranquillizzare il paziente;
• immobilizzare l'arto;
• disinfettare la ferita e verificare immunizzazione antitetanica;
• controllare, all'ingresso e successivamente, i seguenti esami:
‑ emocromo completo e piastrine;
‑ screening coagulazione (PT INR, PTT, fibrinogeno);
‑ elettroliti, azotemia, creatininemia, esame urine.
• controllare la progressione dell'edema;
• trattenere in osservazione il paziente per almeno 8/12ore anche se asintomatico (cosiddetto morso secco).
3.3. Quando somministrare il siero antiofidico
La somministrazione del siero è indicata solo se il paziente diventa sintomatico, e in particolare nei casi in cui compaiono:
• alterazioni dei parametri emocoagulativi;
• ipotensione grave o shock;
• sintomi gastroenterici importanti e prolungati;
• aritmie cardiache, dispnea;
• edema imponente dell'arto coinvolto.
Il siero deve essere somministrato in infusione endovenosa lenta, diluito in 100‑250 ml di fisiologica; si sottolinea che il sito di inoculazione del veleno è raggiunto in 2 ore dall' 1,4‑6% del siero se somministrato per via intramuscolare o sottocutanea, dall'85% se somministrato per via endovenosa.
L'adesione al suddetto protocollo ha permesso di evidenziare come (a seconda delle casistiche riportate) solo per il 10-20% dei pazienti con morso di vipera accertato o sospetto si rende necessaria la somministrazione di siero.
Tenuto conto dei rischi correlati alla somministrazione di siero eterologo, nonché della necessità di una attenta valutazione e monitoraggio dei parametri clinici e di laboratorio prima della sua somministrazione, risulta evidente che l'uso del siero antiofidico deve essere riservato all'ambiente ospedaliero: un suo uso al di fuori dell'ambiente ospedaliero, oltre che scarsamente efficace (potrebbe essere somministrato solo per via intramuscolare o sottocutanea), esporrebbe il paziente a rischio di reazioni gravi in ambiente non attrezzato per fronteggiarle.
 4. Conclusioni
L'efficacia del siero, da riservare ai casi di intossicazione accertata, è documentata per il solo impiego endovenoso. La somministrazione del siero deve essere attuato in ambiente ospedaliero, luogo più idoneo al trattamento anche di eventuali effetti collaterali di carattere allergico, talora gravi e potenzialmente fatali quali lo shock anafilattico.
La somministrazione intramuscolare e sottocutanea del siero, anche in vicinanza della lesione, dà poche garanzie di efficacia e presenta una capacità di indurre shock anafilattico pari a quella della via endovenosa. Tale capacità è inoltre aggravata dall'impossibilità di interrompere l'esposizione, mentre l'infusione endovenosa può essere immediatamente sospesa alla prima comparsa dei sintomi allergici.
Recentemente la CUF ha provveduto alla valutazione e modifica degli stampati (scheda tecnica e foglietto illustrativo) dei medicinali a base di siero antiofidico, in particolare per quanto attiene alla posologia, modalità di somministrazione, avvertenze.

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Passi avanti sul vaccino per la meningite B

Una nuova scoperta dai ricercatori inglesi

Ricercatori dell´Università del Surrey (Gran Bretagna) hanno creato una variabile geneticamente modificata del meningococco che nelle cavie attiva anticorpi in grado di opporsi ai tre diversi tipi di infezione. Tale scoperta aiuterà la realizzazione di un vaccino contro la meningite di tipo B. Lo studio è stato pubblicato su Infection and Immunity.

fonte: Il Sole 24 Ore, 7/1/04

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I grassi saturi favoriscono le malattie cardiocircolatorie ma non l´infarto cerebrale

Uno studio pubblicato sul "British Medical Journal" assolve i grassi alimentari dall´accusa di aumentare i rischi di ictus . Si sa da tempo che alcuni tipi di grassi, e in particolare i grassi saturi di origine animale e i grassi insaturi trans - ovvero i grassi vegetali idrogenati - aumentano il rischio di patologie cardiovascolari, la relazione tra alimentazione e ictus è invece più controversa. Tanto che da alcuni studi sembra che i grassi nocivi per il cuore abbiano un effetto protettivo nei confronti del cervello. Per il momento, grassi e colesterolo sembrano dunque assolti.

fonte: L´espresso, 8/1/04

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L’Agenzia Italiana del Farmaco al termine della prima fase della procedura di revisione del profilo di sicurezza di tutti i farmaci inibitori selettivi della ciclossigenasi due (Cox 2) intrapresa dalle Agenzie europee per i farmaci, che ha mostrato un aumento del rischio di eventi avversi cardiovascolari collegati all’impiego di tale classe di medicinali, ha istituito una task force per seguire ed adottare tutti i provvedimenti ritenuti necessari a tutelare la salute dei cittadini. In particolare, in accordo con l’Emea con cui ha attivamente collaborato per la definizione delle procedure di restrizione, l’Aifa ha predisposto modifiche ai Riassunti delle Caratteristiche del Prodotto destinati ai medici e ai foglietti illustrativi di tutti i Cox 2 autorizzati (Celecoxib, Parecoxib, Valdecoxib, Etoricoxib) ed ha definito Note informative importanti che le Aziende farmaceutiche.

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Visto la lunghezza del testo riguardante l'utilizzo della tessera sanitaria, a questo argomento è stata dedicata una pagina ad hoc raggiungibile cliccando quì.

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Ogni giorno in Africa muoiono 6500 persone. In certe regioni africane sub sahariane il 75 % dei decessi è dovuto al virus del HIV, che nel continente africano ha ucciso almeno 25 milioni di persone dal 1980. Secondo l’ultimo rapporto sulla salute globale (fonte OMS), paesi come il Kenya, il Senegal o il Camerun hanno registrato un leggero arresto nella diffusione del virus proprio grazie all’informazione e alla prevenzione. Le persone sieropositive, che cioè non hanno ancora sviluppato l’AIDS, rappresentano ancora un numero importante della popolazione. In Uganda o nello Zimbabwe invece il virus imperversa. Nello Swaziland, dopo la flessione del 2006, è aumentato dell’oltre il 2% nel 2008. Oltre il 40 % delle donne incinte sono affette dal virus che fa ampiamente la sua parte nell’accorciare la speranza di vita della popolazione di appena 32 anni. Nei paesi con scarse risorse – sottolinea il rapporto sulla salute globale - gli interventi che mirano alla sola astinenza, hanno creato solo confusione e persino aggravato il problema. Secondo i dati di Médecins Sans Frontières (MSF) su 2,1 milioni di bambini affetti da HIV , il 90% si trova nell’Africa sub sahariana. Una generazione intera è stata spazzata via dall’AIDS soprattutto nella parte meridionale del continente e per questo MSF dedica una grossa fetta della sua attività alla lotta all’AIDS pediatrico e al cambio e alla semplificazione del dosaggio dei farmaci. C’è da dire che i farmaci anti retrovirali per uso pediatrico sono ancora pochi. Dei 22 farmaci disponibili 8 non sono stati approvati per uso pediatrico e 9 non sono disponibili in formulazioni specifiche per bambini e quando lo sono questi sono più costosi rispetto a quelli per gli adulti. In Africa solo il 10% dei bambini che ne avrebbero bisogno ricevono queste cure. La stragrande maggioranza contrarre il virus durante la gravidanza della madre al momento della nascita o nell’allattamento, rischi che nei paesi industrializzati sono quasi scomparsi. L’AIDS pediatrico è una piaga soprattutto per i paesi poveri, Africa in primo posto. La situazione è particolarmente drammatica per i bambini che nascono con il virus, e così la metà dei piccoli morirà prima di compiere 2 anni..

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Roma 29 Settembre 2009
 
Le persone con Aids in Italia nel 2008 hanno mediamente un’età più elevata di quelle registrate negli anni passati, sia perché le terapie aiutano a mantenersi in vita più a lungo sia perché ci si infetta più tardi e quindi si sviluppa la malattia più tardi. Il dato emerge dall’“Aggiornamento delle nuove diagnosi di infezione da Hiv al 31 dicembre 2007 e dei casi di Aids in Italia al 31 dicembre 2008” pubblicato dal Centro nazionale Aids dell’Istituto superiore di sanità nell’aprile 2009 che rivela anche l’incremento del numero dei casi di Aids e soprattutto delle nuove diagnosi di infezione che si registra tra gli stranieri.

L’altro dato estremamente preoccupante che Gianni Rezza, epidemiologo dell’Iss, ha evidenziato presentando il rapporto è quello relativo al ritardo nella diagnosi di sieropositività, cioè l’aumento del numero di persone che si accorgono di aver contratto il virus solo quando esplodono i sintomi della malattia: “La percentuale degli ‘inconsapevoli’ è aumentata dal 21% nel 1996 al 60% nel 2008 – avvisa Rezza – Questo dato suggerisce che una parte rilevante di persone infette, soprattutto fra coloro che hanno acquisito l’infezione per via sessuale, ignora per molti anni la propria sieropositività: ciò gli impedisce di entrare precocemente in trattamento e di adottare quelle precauzioni che potrebbero diminuire il rischio di diffusione dell’infezione”.
Non è compito del rapporto indagare quali siano le motivazioni che tengono lontane le persone dal test per la diagnosi dell’infezione, ma lo stesso Rezza si sente in dovere di precisare che “in un’epoca di bassa attenzione per l’Aids, è quanto mai necessario programmare adeguati interventi di prevenzione”.
Interventi che devono raggiungere sempre più la popolazione generale: se prima del 1997 i due terzi delle persone con Aids erano tossicodipendenti, nel 2007/08 questa percentuale è scesa al 25% mentre i contatti eterosessuali sono passati nello stesso periodo dal 15 al 45%. E se gli stranieri rappresentavano prima del 1993 “solo” il 3% dei casi di Aids segnalati, lo scorso anno sono arrivati a superare la quota del 22% e arrivano quasi al 32% se ci si riferisce alle nuove diagnosi di infezione. Naturalmente bisogna ricordare che, nonostante il decreto per l’attivazione del Sistema di sorveglianza nazionale delle nuove diagnosi di infezione da Hiv sia stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il 28 luglio 2008, il monitoraggio si basa ancora su quelle poche realtà territoriali che hanno già disposto un sistema affidabile per la rilevazione e la raccolta dei dati. Nel 2007 gli abitanti di regioni e province in cui esiste un sistema di sorveglianza rappresentavano solo un terzo della popolazione totale italiana. Dall’analisi di questi dati emerge una sostanziale stabilizzazione nel numero delle nuove diagnosi con una apparente tendenza all’aumento in alcune aree, soprattutto al Nord. Nel 2007 sono state segnalate, dalle regioni e province partecipanti, 1.679 nuove diagnosi di infezione da Hiv in residenti, pari a un’incidenza di 6,0 per 100.000 residenti. Se si proietta questa cifra sulla popolazione nazionale, dovremmo attenderci oltre 5.000 nuove diagnosi all’anno.
Per quanto riguarda le caratteristiche demografiche, è aumentata progressivamente negli anni la proporzione di donne diagnosticate sieropositive: il rapporto maschi/femmine, che era di 3,5 nel 1985, è diventato di 2,5 nel 2007. Si osserva anche in questo caso un aumento dell’età mediana al momento della diagnosi di infezione (passata da 26 anni per i maschi e 24 anni per le femmine nel 1985 a, rispettivamente, 37 e 33 anni nel 2007) e un aumento della quota di stranieri, soprattutto provenienti dall’Africa (41,2%) e dall’America Latina (25,2%), e che acquisiscono l’infezione per via sessuale (75,9% dei casi di nuove infezioni in stranieri nel 2007).
È proprio tra la popolazione immigrata, infine, che si registra la più preoccupante tendenza a ritardare la diagnosi: in oltre il 70% dei casi ricevono una diagnosi di Aids meno di sei mesi dopo il primo test Hiv positivo. Nella popolazione generale questa percentuale è del 59,7% nel 2007 (era del 20% nel 1996) e riguarda soprattutto coloro che si infettano per via sessuale, sia etero che omo.

(fonte www.anlaids.org)

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conoscerle per usarle meglio
Il Decalogo dell'Istituto Superiore della Sanità

 

COSA SONO?

Queste medicine e pratiche, nel loro insieme, sono di volta in volta connotate come: complementari, non convenzionali, integrative, tradizionali, non ortodosse, olistiche, naturali, dolci, ed altro ancora. Costituiscono un insieme di terapie, talvolta considerate anche alternative,molto diffuse in Italia e nel resto del mondo.
Le più conosciute sono l’agopuntura e la medicina tradizionale cinese, l’omeopatia, la fitoterapia, le manipolazioni osteo-articolari e la medicina ayurvedica.

PER UN USO CONSAPEVOLE

1. PARLANE CON IL TUO MEDICO
Se pensi di poterti curare con una di queste terapie parlane comunque sempre con il tuo medico curante.

2. NON ABBANDONARE
Non abbandonare in nessun caso le terapie convenzionali senza averne discusso con il medico.

3. NON AFFIDARTI
Non affidarti a ”presunti” ricercatori o esperti, al sentito dire, al fai-da-te o ai consigli di amici e conoscenti.
Non affidarti all’automedicazione se non per disturbi minori o piccole patologie, e comunque di breve durata. Parlane sempre con il farmacista o con il medico.

4. NON ASSUMERE NE’ RACCOGLIERE
Non assumere prodotti a composizione sconosciuta, privi di etichetta, o senza consiglio di un esperto. Non assumere, se non prescritti, prodotti naturali in gravidanza o allattamento. In campi, prati o boschi non raccogliere erbe spontanee per farne preparati ad uso medicinale.

5. DIFFIDA
Diffida di canali distributivi come Internet o delle vendite domiciliari prive delle dovute garanzie. Diffida della pubblicità di terapie o rimedi miracolosi.

6. INFORMATI
Informati sempre sui reali vantaggi di ogni terapia, sulle garanzie di sicurezza ed efficacia, e in particolare quando ti venga proposta come sostitutiva di quella convenzionale.

7. CONSULTA
Consulta sempre un medico o un farmacista quando devi o vuoi somministrare un prodotto naturale a un bambino o a un anziano, anche se sani, e a maggior ragione se ammalati o in terapia con altri farmaci.

8. AFFIDATI
Per una terapia complementare o non convenzionale affidati sempre a un
medico esperto, chiedendo al tuo medico di famiglia, alla tua ASL, all’Ordine dei Medici della tua Provincia e a Società Scientifiche accreditate.

9. CONSERVA
Conserva i prodotti nella loro confezione di origine, lontano dalla portata dei bambini, all’asciutto, lontano da fonti di luce o di calore.

10. SEGNALA
Segnala sempre al tuo medico o al farmacista ogni sospetta reazione avversa a un medicinale o prodotto naturale. Segnala all’Ordine dei medici o dei farmacisti chiunque ti prescriva o pratichi terapie complementari, non convenzionali, o “alternative”, senza averne i requisiti professionali.

scarica qui il decalogo in formato PDF

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